Bisogno di sicurezza e bisogno di rassicurazione

La gente si affeziona a ciò che conosce.

Ti piace un certo prodotto, oppure qualcuno. Poi scopri che non sono il massimo, ma a quel punto sei già preso e hai difficoltà a fare marcia indietro. Sia perché ti ci sei abituato, sia perché tornare indietro significherebbe ammettere di aver sbagliato (vedi articolo di qualche tempo fa sulla dissonanza cognitiva).

Sei un programmatore, sai che Javascript è un sistema orrendo. Eppure tutti i browser del mondo lo usano. Quindi ti adegui, inizi a usarlo e te lo fai piacere anche tu.

Fai un lavoro che detesti, ma te lo tieni. E tieni nel cassetto anche i tuoi sogni.

Esiste un bisogno fondamentale dell’essere umano, il bisogno di sicurezza. Abbiamo la tendenza a ripetere, rievocare, ritualizzare, mantenere, entrare di nuovo in contatto con ciò che conosciamo, perché fondamentalmente ciò ci rassicura. Ciò che è noto ha proprietà ansiolitiche.

Fino a un certo punto è normale, perché la sicurezza è importante. Ma oltre un certo limite diventa bisogno di rassicurazione ed è un freno che ci impedisce di andare avanti.

Ci piace troppo illuderci che il passato, dunque ciò che conosciamo, sia la miglior garanzia che ci serve per predire quello che accadrà in futuro. Ecco perché chi soffre di disturbo ossessivo ripete gli atti, va a informarsi su internet, chiede continuamente: “Tu che ne pensi?” Vuole sentirsi rassicurato. È in ansia e crede che trovando l’informazione definitiva, quella più giusta di tutte, la paura se ne andrà.

Come in molte altre cose, la vita è questione di equilibrio. La stessa cosa può essere utile o controproducente, a seconda della quantità. Così come “è la dose che fa il veleno” (o il farmaco), allo stesso modo un bisogno limitato di sicurezza è funzionale all’ordine e alla preservazione, mentre il suo eccesso porta all’immobilismo per paura di sbagliare, quindi allo stallo, all’inerzia e infine alla pigrizia.
In sintesi: bisogno di sicurezza: sì, bisogno di rassicurazione: no.

Giuseppe Santonocito
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