Comportamentismo: l’ospite scomodo che non prova imbarazzo

Durante gli anni di formazione universitaria, le lezioni sul comportamentismo erano quasi invariabilmente erogate dai docenti con un misto di supponenza, ironia e understatement, rivelanti un atteggiamento tipo “vi spiego queste cose perché sono costretto a farlo, però dimenticatevene appena dato l’esame”.

Il comportamentismo è considerato come argomento del corso di studi che va spiegato soprattutto per motivi storici, ma contro cui occorre mettere in guardia i futuri psicologi dal prenderlo a modello per i loro futuri interventi.

Perché? Eppure il comportamentismo è stato uno dei pochi punti di vista, in psicologia, capace di produrre risultati davvero misurabili, oggettivi, che non si prestano troppo a interpretazione.

Eh, forse proprio per quello.

Molti psicologi vedono sì la psicologia come scienza, ma a differenza di chi ha deciso di cimentarsi con le scienze cosiddette dure (fisica, chimica, matematica, informatica), ritengono che il rigore metodologico non sia un requisito obbligatorio.

Nei corsi universitari, guarda caso, le materie che più spaventano gli studenti di psicologia sono per l’appunto statistica, psicometria, fondamenti di neuroanatomia, biologia, ovvero proprio quelle che si avvicinano di più alle scienze dure.

E si sentono invece appagati e contenti nel seguire le lezioni dove l’aspetto umanistico predomina. Non a caso, fino a un certo numero di anni fa la facoltà di psicologia non esisteva e per esercitare come psicologi e psicoterapeuti bastava essere laureati in lettere.

Intendiamoci, l’aspetto umano è essenziale e non può essere trascurato. È solo che non si può essere buoni psicologi, a mio avviso, senza valorizzare allo stesso modo l’aspetto umano insieme a quello di rigore, più propriamente scientifico.

Il comportamentismo ha cercato di studiare gli esseri umani cercando di quantificare il più possibile, quindi privilegiando il rigore metodologico. Ed è chiaro che nel far ciò abbia lasciato un po’ di lato, tra parentesi, per così dire, gli aspetti legati alle emozioni e al vissuto soggettivo.

Quindi, il modo corretto di presentarlo, dal mio punto di vista, dovrebbe essere non quello delineato all’inizio, ma semmai “vi spiego queste cose perché rappresentano uno degli importanti strumenti a disposizione dello psicologo, che però non dovrebbe essere usato da solo, cioè senza tenere in considerazione altri aspetti”.

Cosa fa il comportamentismo?

Semplificando, esso si basa sull’osservazione e sulla eventuale modificazione di ciò che si vede dall’esterno, cioè dei soli comportamenti osservabili dell’individuo (anche animale), senza curarsi troppo del perché tali comportamenti siano messi in atto e dunque senza andare a ricercarne le cause.

In ambito psicoterapeutico ciò si traduce nel prescrivere alla persona determinate cose da fare o da non fare ed eventualmente nell’aggiustare il tiro in base ai risultati ottenuti.

Questo tipo di approccio può essere più indicato di altri nei disturbi d’ansia e dell’umore, ma non solo.

Se un appunto si può fare alle terapie puramente comportamentali, è che possono risultare fredde a chi le riceve. Alla persona viene detto “fai questo” senza dare più di tanto peso a ciò che essa sente. Ma gli esseri umani hanno un bisogno di comprensione e ricerca di significato che, quando non si manifesta come ossessione, è del tutto normale.

Ecco perché questo tipo di terapie oggi sono chiamate cognitivo-comportamentali. Si è aggiunto l’aspetto cognitivo come elaborazione personale delle informazioni, frapposto fra lo stimolo e la risposta. Alla persona viene detto “fai questo” e viene anche data una spiegazione del perché è necessario farlo.

L’approccio breve strategico aggiunge inoltre l’aspetto suggestivo alla comunicazione, tanto da essere stato definito da alcuni comportamentismo suggestivo.

In terapia strategica si danno indicazioni pratiche e si utilizzano varie forme di comunicazione suggestiva e paradossale per presentarle e renderle accettabili, mentre le spiegazioni, se necessarie, vengono date in un secondo momento.

In tal modo le prescrizioni terapeutiche non sono percepite come fredde, ma anzi acquistano senso e significato, perché sono tagliate su misura per la persona, dopo aver attentamente ascoltato la descrizione del problema e la situazione individuale.

A quel punto si è più ben disposti a metterle in atto e spesso, dopo la risoluzione del problema, non c’è più neanche tanto bisogno di ricevere e dare spiegazioni.

Giuseppe Santonocito
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