Depressione e tristezza: sono la stessa cosa?

Una delle domande più frequenti rivolte a noi psicologi è: “Dottore, essere tristi vuol dire essere depressi?”

La motivazione alla base del 99,9% dei dubbi di avere qualche malattia è l’ansia. Anche questa non fa eccezione, perché al depresso non importa sapere che cosa ha. È depresso e basta.

L’ansioso, invece, ha voglia di capire, perché conoscenza e informazione sono in grado di fornire dosi massicce di (illusoria) rassicurazione. E l’ansioso, tutto ciò che vuole è illudersi di essere rassicurato.

Pertanto, se ci si pone questa domanda e la si vive come importante, non si è probabilmente depressi, ma un po’ ansiosi.

Abbiamo visto le scorse settimane quali sono parametri e sintomi più comuni nella depressione, soprattutto reattiva. Tuttavia la tristezza è fondamentalmente diversa dalla depressione.

Vediamo perché.

Innanzitutto la tristezza è un’emozione, mentre la depressione è un disturbo dell’umore.

Le emozioni sono stati d’animo transitori, mentre l’umore è un sottofondo con caratteristiche di stabilità all’interno del vissuto della persona. Perciò, anche se la sensazione esperita può essere molto simile, la tristezza come emozione avrà in generale durata e intensità minori rispetto alla sensazione esperita nella depressione. Tant’è vero che le linee guida stabiliscono un periodo di almeno sei mesi affinché si possa parlare di episodio depressivo.

In secondo luogo la tristezza da sola non determina quel sentimento disperato di rinuncia che pervade la psiche della persona depressa. Se si è tristi, ma non depressi, si ha sempre voglia di occuparsi delle attività che si vogliono e si devono fare.

La tristezza è una delle cinque emozioni fondamentali – le altre quattro sono la gioia, la paura, il disgusto e la rabbia – e si è evoluta, come tutte le altre eccetto la gioia, per segnalarci che qualcosa non sta andando per il verso giusto. A eccezione della gioia, infatti, le emozioni di base sono tutte spiacevoli e non è un caso: evitare ciò che dà dolore è più importante, ai fini della sopravvivenza, che apprezzare ciò che dà piacere.

Ma se si è evoluta, vuol dire che ha una funzione. E quindi a cosa serve, la tristezza?

Serve a farci rallentare.

Serve ad attrarre l’attenzione su noi stessi e su ciò che ci sta succedendo, per farci riflettere. Non di rado, infatti, quando la tristezza passa ci si sente più motivati e attivi di prima.

Potremmo dire che la tristezza è una specie di freno, di moderatore, di contrappunto quando le cose stanno andando bene. È come un periodo di sonno, che serve a farci riposare e ricaricarci.

Questo potrebbe sembrare contrario all’intuizione, dato che idealmente si dovrebbe sempre essere felici, giusto?

Sbagliato.

Lo capiamo, come molte altre deduzioni in clinica, osservando le patologie. Per capire la normalità si studia l’anormalità.

Ad esempio, nelle dipendenze. Chi fa uso abituale di sostanze fortemente eccitanti, come la cocaina o le amfetamine, va presto incontro a sbalzi d’umore brutali, che non di rado danno esordio a depressioni gravi ed esplosioni di rabbia incontrollata. Nel tentativo di essere sempre al massimo, va a finire che si ottiene proprio il contrario.

Oppure nelle varie forme del disturbo bipolare, dove si passa allo stesso modo da stati e periodi di eccitazione maniacale ad altri di umore nero e abbattuto.

La vita è tutta una questione di equilibri e gli stati d’animo non fanno eccezione. Non si può pensare di essere sempre al 100% senza prima o poi pagarne le conseguenze.

Tuttavia, si può imparare a vivere in uno stato mediamente più che soddisfacente, se si impara a mantenerci in equilibrio su tutti i più importanti fronti. Come l’alimentazione, il sonno, l’esercizio fisico e una vita sociale e relazionale soddisfacente.

Giuseppe Santonocito
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