La realtà è solo la mia

Di certo avrete sentito dire, qualche volta, a qualcuno: “Smetto quando voglio. Continuo solo perché mi piace farlo”.

Naturalmente la traduzione realistica di tale dichiarato autocontrollo è, piuttosto: “Non riesco a smettere, perciò mi racconto che sono io a voler continuare, per non sentirmi peggio. E se continuo è solo perché posso permettermelo“.

L’ultimo pezzo non è da trascurare. Perché se il tossico continua a farsi o il dipendente da gioco d’azzardo patologico a giocare, è solo perché hanno ancora soldi da spendere, per alimentare la dipendenza. Soldi loro, o di qualcuno vicino a loro che si fa complice, non importa.

In ogni caso le dipendenze sono una brutta bestia. Si finisce per organizzare la propria vita (ciò che resta di essa) in modo da poter continuare a indulgere nella perniciosa abitudine, cioè si vive in funzione del comportamento di cui si è dipendenti. Ogni intermezzo fra una dose e l’altra è solo una fastidiosa fase preparatoria, in vista della dose successiva.

Un punto di vista meno noto, ma non meno realistico, è che si può diventare dipendente praticamente da qualsiasi cosa. Basta che i circuiti cerebrali della ricompensa imparino ad abituarsi a una certa situazione, e… tac: la dipendenza si sviluppa.

Parlando di psicoterapia e consulenza psicologica, è possibile affermare che si può diventare dipendenti dalle proprie convinzioni ed emozioni.

Dopo molti anni di esperienza in questo campo non si può fare a meno di notare lo svolgersi di un certo numero di fasi, in ogni intervento di tipo attivo e focalizzato, cioè dove il terapeuta agisce attivamente nell’aiutare il paziente a sbloccarsi:

1) Terapeuta e paziente definiscono il funzionamento del problema.

2) Il terapeuta suggerisce al paziente cosa fare o non fare fra una seduta e l’altra, spiegando perché ciò è importante.

3) Il paziente capisce e accetta che quanto suggerito in 2) è importante.

4) Il paziente esegue le istruzioni ricevute.

5) Il paziente migliora o risolve il problema e, dopo un certo tempo, la terapia ha termine.

Ora, il punto 3)  non è affatto scontato.

Se il paziente non si convince che per sbloccarsi è fondamentale mettere in atto quanto suggerito, l’intervento è destinato a fallire. Per questo, a volte l’intervento rimane fermo per più tempo su questo punto che sugli altri.

Si tratta di una scelta di campo. O decidi di iniziare a comportarti, e quindi a percepire le cose, in modo diverso, oppure non lo fai.

Per questo, come dicevo, l’eventuale difficoltà o resistenza della persona in tale fase può essere vista come una dipendenza.

Ci si affeziona a ciò che si crede. Se non ci credete, provare a fare cambiare religione o partito politico a qualcuno.

Per quanto possa sembrare incredibile, un ansioso può essersi talmente abituato alla sensazione della paura, e alla convinzione di essere un ansioso senza speranza, da non impegnarsi più di tanto a cambiare le cose.

Un depresso può dare così per scontato che nulla importi nella vita, da non prendere nemmeno in considerazione l’idea che ciò non è necessariamente vero.

Non parliamo poi delle compulsioni basate sul piacere, cioè le abitudini distruttive o disfunzionali che danno piacere eseguendole, come appunto il gioco d’azzardo, le sostanze, o addirittura certi comportamenti alimentari.

In tutti questi casi la persona è sovranamente convinta che ciò che pensa, sente, o crede sia importantissimo, sia l’essenza stessa della “realtà”.

Alcune persone hanno così difficoltà a immaginare che sia possibile sentire ed esperire la vita in modo diverso dal loro abituale, da cadere nella trappola di credere che la “realtà” sia perfettamente coincidente con ciò che sentono o pensano loro.

Il compito del terapeuta è fondamentale in questi casi, per riuscire a scardinare tale convinzione.

Diversamente l’intervento è destinato a fallire, o come minimo a non produrre fino in fondo gli effetti benefici attesi.

Giuseppe Santonocito
Latest posts by Giuseppe Santonocito (see all)