“La scienza non è democratica”

Da un po’ di tempo è abbastanza comune sentire questa frase pronunciata dall’ospite di turno (o a ruolo fisso) nelle varie trasmissioni tv. L’ultima ieri sera, da parte di un personaggio che l’ha detta due volte di seguito, quasi a tentare di rassicurarsi. Oltretutto detto con un evidente difetto di pronuncia, il che rendeva la scena involontariamente comica. Come quelli che scrivono “punto” alla fine delle frasi, per cercare di darsi più ragione.

Sostenere che la scienza non è democratica è stupido. Oppure ignorante. Oppure in malafede.

La scienza non è democratica perché non è una forma di governo. E non deve esserlo. Altrimenti cosa si sottintenderebbe, con “la scienza non è democratica”? Che sarebbe più simile a una dittatura, a un regime dispotico?

Ogni area del sapere ha rinunciato da tempo al manicheismo di un’idea di verità assoluta. Però ogni dittatura, a quanto mi risulta, ha sempre avuto bisogno di diffondere verità assolute. Gli psicologi lo chiamano bisogno di controllo che si esprime come ossessività, cioè come tentativo ripetuto (ovviamente fallimentare) di stabilire in modo incontrovertibile la “realtà” delle cose.

Ogni legge di natura, ogni invariante, ogni regolarità ha solo un valore circoscritto e limitato nel tempo. A qualunque livello. Già Nietzsche, con “Dio è morto” intendeva proprio questo: la fine dell’era della ricerca delle verità assolute, del positivismo vecchio stampo. La verità dei filosofi, ma anche le altre. Successivamente Gödel, con i suoi studi sull’incompletezza ha mostrato che nemmeno i sistemi matematici possono essere considerati indenni da tale limitatezza. E poi Heisenberg, che osserva come nella scienza considerata una delle più “dure”, la fisica, non è possibile stabilire con precisione allo stesso tempo velocità e posizione di una particella. E come non ricordare che neanche i due dati di realtà più “duri” e ogettivi, lo spazio e il tempo, da Einstein in poi sono da considerare relativi.

E dopo tutto ciò, dopo le acquisizioni di tali giganti del pensiero, ormai accettate da tutti, dovremmo stare a sentire la lezioncina del personaggio di turno che ci viene a spiegare che “la scienza non è democratica”?

Gli attributi della scienza devono essere, piuttosto, esattezza e rigore. Ma siccome la scienza è fatta da uomini, per poter avere tali attributi in misura sufficiente, realistica e utile occorre un altro requisito di base che li preceda: l’umiltà. La capacità di ammettere che le verità – scientifiche, in questo caso – sono solo temporanee e relative e destinate a essere sostituite da altre “più vere” e “più assolute” delle precedenti. L’umiltà della scienza consiste nella capacità di correggere i propri errori, anzi di accogliere proprio l’errore come atto fondamentale di apprendimento.

La stessa umiltà che permette allo scienziato di riconoscere che “per sbaglio” si possono scoprire e inventare cose mentre se ne cercavano altre del tutto diverse (serendipity). Come nel caso del sildenafil, i cui effetti sull’erezione furono notati mentre si ricercava un farmaco anti-angina.

E se si ammette e si accoglie la possibilità di sbagliare, e l’umiltà che pertanto ne deve derivare, non si può rinunciare a un altro attributo che logicamente ne consegue: la prudenza.

Non mi risulta che quando ci si dovette umilmente scusare per i disastri del talidomide, per aver venduto cocaina e amfetamine come sostanze di aiuto nella concentrazione, o per aver creato spot di medici sorridenti con la sigaretta in mano, nessuno si sia mai sognato di porgere tali scuse sottolineando nel contempo che la scienza, purtroppo, non è democratica.

Altro presupposto errato: “la scienza”.

Non esiste una sola scienza, ma almeno due: quella buona e quella cattiva. Quella buona opera secondo i presupposti di cui sopra. Quella cattiva finge di farlo, o lo fa solo parzialmente, di solito per motivi di interesse. Non basta dire “il tale studio ha dimostrato che” se poi, andando a vedere la lista dei finanziatori, si scopre che erano enti o aziende interessate a dimostrare proprio quello.

L’oste dirà sempre che il proprio vino non è solo buono, è il migliore di tutti.

La matematica non è un’opinione, ma i modi di riportare numeri e dati sono infiniti e infinitamente flessibili, proprio perché non esiste una verità assoluta, che vale sempre, ma tante verità relative.

Un’analogia utile per capirlo sono le inchieste giornalistiche di parte, dove si prende una frase detta da qualcuno e la si estrapola dal contesto nel quale è stata pronunciata, stravolgendone il significato originale. Ormai dovremmo esserci abituati.

Capire il contesto è fondamentale, per capire quello che succede attorno a noi. Sia da scienziati che non.

Giuseppe Santonocito
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