Le tentate soluzioni: la via per l’inferno…

Uno dei concetti fondamentali usati in terapia breve strategica, della quale mi occupo, è la tentata soluzione. Una tentata soluzione può essere definita come il tentativo di risolvere un problema che, quando non funziona, lo alimenta.

Quando una persona arriva in terapia, quasi sempre è lei stessa che sta contribuendo a mantenere in vita il proprio problema, più o meno inconsapevolmente. Ci basiamo sul passato per capire cosa fare nel presente, ma il vecchio detto “squadra che vince non si cambia” può nascondere più di un’insidia.

Vediamo perché.

Ognuno di noi impara a riconoscere le cose che non cambiano, le regolarità nel mondo. Le maniglie delle porte, ad esempio, funzionano tutte più o meno allo stesso modo. Dopo averle usate tante volte, se un giorno ti dovessi trovare in un paese straniero saprai per certo come fare ad aprire una porta. E fin qui, tutto bene.

Analogamente, la mattina devi avviare il motore della macchina per andare a lavorare. Così giri la chiave di avviamento, ma… stavolta il motore non parte. Cosa farai, tipicamente? Aspetterai qualche attimo e poi la girerai ancora. Perché? Perché finora ha sempre funzionato! Di nuovo: fin qui tutto bene. Può succedere che la macchina non parta al primo colpo. Perciò riprovi.

Ma se dopo diversi tentativi il motore ancora non ne vuol sapere di partire?

Ecco che qui entra in gioco ciò che Watzlawick, uno dei padri della terapia strategica, chiamava ipersoluzione: una soluzione a un problema che finora ha sempre funzionato, e dunque anche stavolta deve funzionare. Perciò continuerai a girare quella maledetta chiave fino a scaricare completamente la batteria. A quel punto non avrai più un problema, ma due.

Avrai cioè messo in atto una tentata soluzione, un’azione che non solo non ha risolto, ma ha aggravato il problema preesistente.

La stessa cosa accade nelle situazioni di interesse psicologico clinico.

Nell’ansia, ad esempio, le tentate soluzioni più comuni sono l’evitamento, che abbiamo visto nell’articolo del 16 settembre, la ricerca di rassicurazioni, che può consistere in ricerca di conferme, ricerca di aiuto, o ricerca di informazioni oppure nel parlare del problema, cioè la cosiddetta socializzazione del problema.

L’ansioso ha paura e perciò ragiona secondo una logica (fallimentare) del tipo: se X mi spaventa, allora devo stare alla larga da X. Ma più stai alla larga da X, più stai mandando a te stesso un messaggio silenzioso: non puoi fare a meno di stare alla larga da X, perché sei un ansioso. Mandi cioè a te stesso un messaggio che ti conferma e ti relega ancor più nel ruolo di ansioso. Sul momento ti senti meglio perché hai evitato di confrontarti con X, ma la prossima volta avrai ancora più bisogno di evitarlo, perché ti sarai convinto ancor più di aver bisogno di farlo. Sviluppi un abitudine all’evitamento.

E come diceva Pascal, le persone si convincono di più e meglio quando lo fanno da sole…

Quindi, di nuovo, la tentata soluzione alimenta il problema.

Identica cosa per il bisogno di rassicurazioni.

Siccome l’ansioso ha paura, vuole essere rassicurato sul fatto che non c’è pericolo. E quindi chiede sempre conferme agli altri: “Tu che ne pensi?”, va su internet e si abbuffa di notizie e informazioni (per la maggior parte inutili, contraddittorie o confondenti: su internet si trova tutto e il contrario di tutto), si fa accompagnare da altri nei luoghi che reputa pericolosi, porta sempre in tasca con sé l’ansiolitico, parla del proprio problema. Sempre sul presupposto (errato) che più rassicurazioni otterrà, meglio si sentirà.

Anche qui l’insidia consiste nel messaggio silenzioso che invii a te stesso: hai bisogno di essere rassicurato, perché sei un ansioso.

In altre parole, continui ad agire da ansioso e per questo diventi sempre più ansioso.

Da cui il famoso detto: la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Giuseppe Santonocito
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