Perché ci tocchiamo?

Vi siete mai chiesti perché ci tocchiamo spesso il viso, altre parti del corpo o perché tamburelliamo con le dita mentre siamo in attesa? E perché, quando qualcuno ci dà una notizia sconvolgente, ci mettiamo istintivamente le mani sulla testa o sul volto? E ancora, come mai le donne arrotolano ciocche di capelli sulle dita e gli uomini si accarezzano la barba? E come mai quando ci si sdraia viene più spontaneo accavallare le caviglie, anziché lasciare le gambe distese?

I cosiddetti gesti di autocontatto iniziano molto presto: addirittura nell’utero materno.

Dei cinque sensi, il tatto è quello filogeneticamente più antico, quello cioè che si è evoluto per primo negli organismi nostri progenitori. Anche gli animali più semplici, sprovvisti dei sensi della vista e dell’udito, hanno comunque un qualche meccanismo tattile per entrare in contatto con il mondo esterno.

Per questo motivo, è possibile affermare che il tatto è il senso più importante e fondamentale, senza il quale non potremmo vivere. È possibile condurre una vita relativamente tranquilla senza l’uso della vista o dell’udito (di meno, nel secondo caso; le persone cieche sono di solito più serene di quelle sorde), o anche senza l’olfatto. Ma non senza il tatto.

Le rare e sfortunate persone nate con una insensibilità genetica che impedisce loro di sentire il dolore, il caldo e il freddo (chiamata CIPA, ossia Congenital Insensitivity to Pain with Anhidrosis), sono purtroppo destinate a vita breve. Metà dei bambini portatori di questa condizione muoiono prima dei tre anni e i rimanenti individui hanno una aspettativa di vita molto più breve del normale, perché non sentendo né caldo, né freddo né dolore, sono continuamente soggetti a ferirsi, farsi male e a non sentire le alterazioni della temperatura corporea, ad esempio a causa di febbre dovuta a infezioni.

Per capire quanto il tatto sia importante per lo sviluppo dell’individuo, negli esperimenti di Harlow degli anni 50 sull’attaccamento, con cuccioli di primate, la madre era sostituita con un pupazzo che ne riproduceva approssimativamente le fattezze. Pur di non restare isolato, il cucciolo andava a rifugiarsi presso la madre posticcia. Sempre meglio il contatto con un oggetto inanimato che nessun contatto.

Anche nell’adulto il tatto mantiene una grande importanza ai fini dell’autoregolazione emotiva dell’individuo. Ci tocchiamo per lenire l’ansia e rassicurarci, spesso con gesti ripetitivi, perché anche la ripetizione rassicura. Sono piccoli e innocui rituali che servono a calmare, ad alleviare la noia e canalizzare energia inespressa.

L’essere umano si tocca spesso il viso, inoltre, perché queste terminazioni nervose sono molto sensibili e vicine al cervello.

Quindi toccarsi o toccare oggetti è un modo per rendersi più presenti a se stessi, una forma primitiva – e quindi immediata ed efficace – di comunicare con se stessi.

Giuseppe Santonocito
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