Razionalità e razionalizzazioni in tempo di Covid

La razionalità, lo sappiamo bene, è uno strumento prezioso. Ci aiuta a scegliere fra varie opzioni e a farci un’idea più precisa di cosa succede. È lo strumento per eccellenza dello scienziato.

Ma è proprio l’unico?

Secondo McLean, da un punto di vista filogenetico e quindi dell’evoluzione, il nostro cervello può essere grosso modo pensato come composto da tre diversi cervelli, contenuti l’uno dentro l’altro come le matrioske russe.

Quello più antico e più interno è il cosiddetto cervello rettile, la sede delle decisioni fulminee, quelle che devono essere prese senza ragionare e che sono pertanto di importanza fondamentale per la sopravvivenza. Le risposte di attacco o fuga di fronte a una minaccia o a un pericolo – reale o immaginato – si basano per l’appunto su queste strutture cerebrali più semplici ed elementari. Si tratta quindi di meccanismi di tipo pre-cognitivo, che non interessano il ragionamento.

La parte mediana del cervello, la “matrioska di mezzo” è invece il cervello limbico. È deputato a regolare la vita emotiva e relazionale della persona, ci permette di provare emozioni e sentimenti ed comune fra i mammiferi, da cui la locuzione inglese mammal system. Anche questa parte del cervello non è propriamente “cosciente”, nel senso che a questo livello si “sentono” le cose, ma non si è ancora in grado di analizzarle né formularle in modo astratto.

La parte più esterna del cervello è infine la neocorteccia o corteccia cerebrale propriamente detta. L’ultima, in ordine di apparizione, durante il lento percorso dell’evoluzione svoltosi nel corso di milioni di anni. È la struttura che ci permette di pensare, parlare e di fare piani, cioè di attuare comportamenti finalizzati a uno scopo predeterminato.

Interessante notare come il detto popolare “freddo come un serpente” stia a significare proprio l’assenza di emozioni (e incidentalmente anche di ragionamento).

Possiamo pertanto affermare che si può avere razionalità solo grazie alla presenza e al funzionamento della corteccia cerebrale, che infatti ci contraddistingue rispetto a tutti gli altri animali.


La razionalità pura al 100% è tuttavia più un’astrazione che una realtà di fatto.

Come ci insegna la matematica, qualsiasi ragionamento o deduzione logica può funzionare solo in quanto basata su degli assiomi, cioè su assunti indimostrabili. Qualsiasi ragionamento, per quanto matematicamente rigoroso, deve per forza basarsi su alcuni punti di partenza irriducibili che non possono essere dedotti ulteriormente. Gli assiomi hanno in un certo senso lo status di ciò che una volta si considerava essere l’atomo: sono indivisibili e non ulteriormente analizzabili.

Ora, da un punto di vista psicologico e neurologico, gli assiomi della razionalità possono essere considerate… le emozioni e le sensazioni.

La classica domanda che infatti può essere fatta a un matematico – la persona più razionale del mondo per definizione – “Come mai hai deciso di studiare matematica?” non può che avere come risposta una qualche variante di: “Beh, perché… mi piaceva!”, cioè una sensazione. Quindi tutta la matematica è stata studiata perché piaceva a chi ha deciso di studiarla.

Un altro modo di vedere ciò è che ogni ragionamento teso a dimostrare la bontà di un punto di vista, ad esempio politico, si basa sempre su una sensazione di fondo, che potrebbe essere: “L’individuo ha più valore della collettività”. Oppure al contrario: “La collettività deve prevalere sull’individuo”. È chiaro che, in momenti diversi, possono entrambe essere vere. Ma la maggior parte degli individui porta con sé una forte preferenza fra le due, tale da farlo propendere per una maggior simpatia verso politiche genericamente definibili di destra oppure di sinistra.

Immaginiamo ora un congresso di psicologi o sociologi, intenti a discutere di concetti simili a quelli che stiamo esponendo. A un certo punto pavimento e muri del locale iniziano a vibrare paurosamente: una forte scossa di terremoto. Il cervello rettile prenderà il sopravvento e non importerà più chi abbia ragione o torto, ma solo scappare il più in fretta possibile per mettere la pelle al sicuro.

Cervello rettile e sopravvivenza occupano quindi, un grado d’importanza ancora maggiore di qualunque emozione o ragionamento.

Tuttavia, cosa differenzia la razionalità dalle razionalizzazioni?

Abbiamo detto che la razionalità è la funzione che ci permette di trarre conclusioni a partire da delle premesse, cioè di effettuare un ragionamento.

La razionalizzazione è un processo apparentemente razionale, ma che in qualche modo rivela di essere tendenziosamente basato su una sensazione, per così dire, alquanto ingombrante.

Ad esempio, si può essere impazienti di vaccinarsi perché si è deciso che sia la scelta più razionale.

Ma un ansioso ipocondriaco potrebbe arrivare all’identica conclusione, portando anche più argomenti “razionali” di un non ansioso, spinto dalla sua paura. Si vuole vaccinare perché ha paura di ammalarsi o morire, non perché ha soppesato freddamente tutti i numeri e tutte le probabilità di ammalarsi.

Distinguere razionalità da razionalizzazione può non essere facile, perché come dicevo il punto d’arrivo può essere esattamente lo stesso, eppure le motivazioni di partenza molto diverse.

In altre parole: un conto è avere un’ipotesi e cercare di falsificarla, come fa lo scienziato.

Altra cosa è avere una tesi e volerla a tutti i costi dimostrare.

Si tratta di atteggiamenti opposti, anche se apparentemente simili.

E infatti un modo di dire è che l’ansioso ha bisogno di convincere gli altri per convincere se stesso.

Lo stratagemma che la scienza ha inventato, per vincere la tendenza a voler “far tornare i conti”, è appunto quello della falsificazione: si ha un’ipotesi che ci è cara, ma invece di lavorare per dimostrarla vera, ci si dà da fare per metterla alla prova, per maltrattarla e cercare di osservare se, quando e a che condizioni si dimostra invece falsa.

Giuseppe Santonocito
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