Scusa, ho sbagliato, mi dispiace

Tutti sbagliamo.

E una regola di buona capacità comunicativa vorrebbe che riconoscessimo i nostri errori. Alcuni però non ci riescono proprio. Come il mitico Fonzie di Happy Days, che appena provava a pronunciarlo, s’inceppava: “Ho sb… ho sb…”. Proprio non gli usciva.

Molti, tuttavia – sopratutto chi è sicuro di sé e intelligente – non ha problemi ad ammettere i propri sbagli, sia commessi nei confronti di altre persone, sia ad esempio quando si è difeso un certo punto di vista che poi ci siamo resi conto essere… sbagliato. Specie quando ciò ha avuto conseguenze spiacevoli su qualcuno.

Varie sono le forme verbali con cui si può riconoscere un errore. Saperle identificare e utilizzare può aiutarci a essere più precisi e intenzionali nella nostra comunicazione.

Intenzionali nel senso di fare un uso deliberato, anziché automatico, di ciò che comunichiamo. Perché molti modi di dire sono usati in modalità di default, per sentito dire, senza soffermarsi a riflettere sulle sfumature che un’espressione può comportare rispetto a un’altra.

Ma siccome in psicologia le parole sono importanti, e siccome chi scrive è psicologo, eccoci qui a puntualizzare.

La maniera più comune di ammettere un errore è chiedere scusa.

Ed è anche quella che contiene presupposti non sempre desiderabili.

Chi chiede scusa, in sostanza, sta chiedendo di essere perdonato. Chiedere scusa è un po’ come dire: “Sono dispiaciuto per quello che ho fatto, ma sono ancor più preoccupato di ciò che adesso potresti pensare di me. Per questo, ti chiedo di perdonarmi, cioè di rinunciare a portarmi rancore. Se non lo fai, mi sentirò male e probabilmente a quel punto dovresti sentirti tu in colpa”.

A ben vedere, è un modo sottile di scaricare il proprio senso di colpa su chi abbiamo ferito.

Può darsi che l’intenzione di un semplice “scusami” non racchiuda tutti questi pensieri e presupposti. Ma il senso è quello. Infatti, la particella “-mi” di “scusa-mi” dovrebbe farci capire che chi ammette un errore in questo modo è più preoccupato per sé, di salvare la propria autostima che dispiaciuto per aver ferito o deluso l’altro.

Per questo motivo, personalmente ho fatto una regola di vita di non chiedere mai scusa. Lo trovo poco rispettoso e infatti, non di rado, chi chiede scusa ottiene come reazione qualcosa tipo: “Non so che farmene delle tue scuse!” Le persone sono capaci di percepire secondi fini.

Quale può essere, allora, un modo per “scusarsi senza scusarsi”, cioè per ammettere di aver sbagliato senza far sembrare l’atto troppo peloso?

Semplice. Basta un semplice “mi dispiace”, espresso con sincerità. In questo modo non stiamo chiedendo nulla. Stiamo semplicemente mettendo l’altro al corrente di come ci sentiamo, cioè che siamo dispiaciuti.

A quel punto la palla passerà a lui che, se lo vorrà, potrà scusarci. Ma senza averlo chiesto.

E come sappiamo, la persuasione che funziona meglio e quella che parte dall’interno, senza apparenti spinte o sollecitazioni dall’esterno.

Giuseppe Santonocito
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